Loundtape ep.9 – København
Il paradosso vuole che nella città delle biciclette mi sia svegliato con il fruscìo generato dal traffico automobilistico. Ovattato, soffocato dai massicci doppi vetri e allineato alla semi oscurità dei minuti che precedono l’alba, il suono filtra nella stanza in forma di piccole onde di rumore bianco. Increspature cicliche, dettate dall’onda verde semaforica. Tutto sommato poteva andare peggio. Ricorda molto l’eco restituito dalle conchiglie, quando con fare esoterico si tenta di riascoltare il mare attraverso le loro aperture.
È l’ultima volta che mi sveglio in questa camera e tra sette ore dovrò prendere il treno per l’aeroporto. Credo sia il momento buono per registrare uno dei suoni che più hanno caratterizzato questo breve soggiorno danese. Non sono certo mancate le occasioni per esplorare o catturare i paesaggi sonori della città ma questo sìbilo è stato, mio mal grado, la sveglia degli ultimi quattro giorni e in un modo o nell’altro è entrato a far parte del mio immaginario.
Quindi eccomi qui, accanto al registratore portatile, affacciato alla vetrata della camera da dove è possibile osservare il massiccio ponte a quattro corsie che sorge accanto all’hotel.
In quelle quattro carreggiate, ogni minuto, corrono meno veicoli di quelli parcheggiati in doppia fila lungo un qualsiasi viale di Milano. Lì, affiancate dai primi ciclisti che iniziano a punteggiare la città, le auto sembrano minoranza. Sono minoranza. Così acquistano senso, forma compiuta: non un mezzo tuttofare ma un vettore veloce, di necessità, specifico, quasi opportuno considerando che molto probabilmente raggiungeranno le poche zone dell’area metropolitana non servite dai mezzi pubblici.
Un battello passeggeri attraversa il canale dando nuova forma alla superficie dell’acqua, sfiorata con decisione dalla brezza proveniente da nord. Københavns a quest’ora è sorvegliata da un bagliore tenue eppure sufficiente per disattivare i sensori crepuscolari dei lampioni: il calore delle luminarie notturne cede il passo alle sfumature fredde delle ombre diurne.
Dopo aver percorso lo stretto di Øresund, l’alba inizia a correre sui canali che frazionano il centro storico, scivolando su ciò che rimane del vecchio fossato che correva ai piedi delle fortificazioni seicentesche.
L’avanzare della luce anima i materiali con i quali è costruita buona parte della città. Vetro e mattoni prendono vita, sembrano comunicare tra loro. Le grandi finestre, le pareti dei palazzi signorili, le lastre specchiate dei nuovi cubi in acciaio e cemento armato che cuciono relazioni d’interruzione con gli edifici del centro storico, dialogano, allacciano rapporti di riflessi e distanze. I raggi di sole, che qui, in questo periodo dell’anno, sono destinati a compiere un percorso breve e privo di escursioni importanti, si posano con lenta progressione sulle superfici delle moderne architetture nordiche, facendosi trasportare dal vetro, gelido dalla notte prima, al mattone, tiepido solo in apparenza grazie alle sue cromie di terra.
Gli origami di luce evolvono nell’arco dell’intera giornata. Trascorro così molto tempo con lo sguardo rivolto in alto, per apprezzare i riflessi sparpagliati sulle facciate degli edifici. La cervicale ringrazia.
Una taccola si posa sui cavi dell’illuminazione aerea, tirati proprio sopra la via. Rivolge il suo sguardo altrove, tronfia e certamente soddisfatta dell’ottimo atterraggio su un supporto così poco standardizzato.
Un cocchio, con tanto di cocchiere e guardia reale d’accompagnamento, varca i cancelli d’ingresso di Christiansborg.
Passeggiare per Copenaghen è un esercizio intenso per chi, come me, vive la fotografia come una sorta di «proseguimento dell’urbanistica con altri mezzi». Sul finire del secondo giorno mi ritrovo spaesato, inscatolato nel vano tentativo di ottenere delle immagini che soddisfino il mio intento. Rinuncio momentaneamente ad esplorare la città attraverso il mirino della mia macchina fotografica. C’è qualche cosa che sto assimilando e che al tempo stesso mi disorienta, impossibile da ritrarre come vorrei ma inequivocabilmente presente in ogni cosa osservata: edifici, flussi, spazi aperti.
Rallento, abbandono del tutto la ricerca compulsiva di un dettaglio risolutivo, di un panorama definitorio e lascio che a presentarsi siano i luoghi, in tutta la loro oggettiva articolazione.
Dopo alcune ore il nodo si scioglie: Copenaghen è una città di proporzioni. Di giuste, proporzioni. Di proporzioni che si percepiscono e che sortiscono, evidentemente, l’effetto insito nella loro distribuzione.
C’è proporzione tra lo spazio dedicato al movimento e quello destinato alla sosta, tra il numero di negozi e la superficie di una piazza, tra la pedonalità del lungo mare e gli edifici che vi si affacciano. Vi è proporzione tra il design avveniristico degli edifici moderni e i dettagli che, con rispetto e intenzione, richiamano la tradizione architettonica danese.
È la proporzione tra le cose, che dona vita al corpo inerte della città. Edifici e infrastrutture non ci parlano; usi, abitudini e culture, sì. Quando questi elementi divengono riferimento centrale per il disegno delle forme urbane, ecco che il cerchio si chiude.
«Space for gathering people» recita il titolo di una didascalia incollata accanto ad un progetto urbanistico-architettonico esposto al Dansk Arkitektur Center (DAC). Il senso è tutto qui.
Ed è proprio davanti al DAC che registro quella che solo in un secondo momento mi sembrerà una delle immagini audio più autentiche e suggestive che mi sia mai capitato di catturare. La definirei quasi una frazione di vita, un campione di esistenza antropica, una combinazione di fattori che riesce a fare sintesi dei giorni trascorsi a zonzo per Copenaghen. Uno di quei momenti che ci riconnettono con gli altri umani, ignari soggetti dei nostri ricordi, compagni di momenti finiti.
In poco meno di cinque minuti c’è tutto. C’è la commistione di persone che provengono da diverse parti della città e da differenti luoghi d’Europa. C’è musica. Ci sono passi e voci di chi cammina sulle assi di legno del grande playground sospeso sul mare e c’è il cigolio di una bicicletta non perfettamente manutenuta. Si scorge l’acqua del canale, rimodellata da un battello in manovra. Uno schiocco metallico suggerisce l’apertura di una lattina di birra: alcuni ragazzi, tra risate e schiamazzi, celebrano l’avvio di una mattinata di pesca sulle sponde del canale.
C’è anche lui, in secondo piano, il sibilo che in questi giorni mi ha svegliato con scrupolosa regolarità. Questa volta però mi trovo all’aperto e non c’è alcun doppio vetro a smorzare la sua intensità. È un buon segno. Significa che le proporzioni di Københavns funzionano.
Buon ascolto!