Loundtape ep.5 – Pratum
Il latino è come gli zombie e i peperoni: a volte ritorna.
Povero latino. Più che tornare, per la verità, semplicemente e fortunatamente questa lingua antica non se n’è mai andata.
Ve lo dice uno che si è pentito di non averlo studiato.
Dopo l’efficace scelta di Forestis Silva (grazie, grazie!), ho nuovamente adottato un termine latino perché sono stato semplicemente incapace di trovare una parola altrettanto adeguata. Per i più esigenti: no, “prato” non mi piaceva. Troppo diretto, poco evocativo.
Sfogliando le fotografie scelte per questo episodio, ho pensato ad una serie di aspetti, di dettagli e di oggetti il cui nome avrebbe potuto fare da sfondo al breve racconto audiovisivo. Alcuni espliciti, altri più enigmatici, altri ancora più intimi e forse per questo poco adatti alla cassetta che stavo montando. Pratum invece, ha in sé un’aura ancestrale e il significato complesso, aperto, vivace che ben si sposa con le immagini che ho selezionato.
Detto questo, perché pratum? Perché i prati mi hanno fatto crescere. Non tutti, non ovunque. Solo quelli belli, quelli naturali, quelli brulicanti di vita, animale o vegetale che fosse; quelli lontani, al di là delle montagne, e quelli vicini, accanto alla mia abitazione; quelli tutti spettinati dal vento e quelli che richiedono attenzione prima di avanzare nel folto, tanta è la densità di animali e piante custodite loro interno.
In un prato insomma, sto meglio. Anche se a volte mi serve l’antistaminico.
Uno sta lì a chiedersi come possano essere superati i piccoli ostacoli della vita e il più delle volte, citando il buon vecchio Henry Jones Senior, se ci si siede a pensare, la soluzione si presenterà da sé. Ecco: per qualche anno ho trascorso intere giornate seduto tra i prati. E indovinate un pò?
No, non ho risolto i miei problemi. Ho però trovato un equilibrio silenzioso, la pausa che cercavo, il luogo del quale avevo inconsapevolmente bisogno perché, come ci racconta il bel post di Una parola al giorno, il prato è una “limpida cenosi di piante, che ispira sentimenti dei più gradevoli e tranquilli attraverso i suoi caratteri di varietà e ricchezza di composizione, di armonia, di apertura distesa”.
È proprio sedendo tra i prati che ho acquistato maggior sicurezza e che ho affrontato, superandole, alcune paure che mi perseguitavano fin da bambino. È sempre nei prati che ho imparato ad osservare le api e ad amare gli ortotteri, che nelle loro città d’erba vociferano senza sosta, animando cortili e viottoli con ritmi e richiami d’ogni tipo. Ed è trascorrendo le serate nei prati che ho ascoltato il brontolio del vento, intento a nascondere mulinelli attorno ad ogni ciuffo, ad ogni spiga, ad ogni fiore, prima di allagare l’intero campo con rapidi fendenti e raffiche decise.
Il prato vive e trasmette, libera lo sguardo e cattura l’attenzione. È raro trovare cose brutte attorno ad un prato.
Le foto che vedrete sono state scattate in annate e luoghi diversi. Raccontano un’area geografica alla quale sono molto legato e un ambiente che mi riporta ogni volta a quello che il mio relatore del Politecnico di Milano amava chiamare “laboratorio a cielo aperto”: luogo dell’esperienza, della contaminazione, della visione. Un luogo pieno di prati, ovviamente.